Intervista al presidente di Agenzia Spaziale Italiana: settore di ricerca vitale per l’innovazione

Roberto Battiston è Presidente dell'Agenzia Spaziale Italiana per il quadriennio 2018-2022, al suo secondo mandato. Già fisico dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), ordinario di Fisica Sperimentale all'Università di Trento, ha tra l’altro proposto insieme al premio Nobel Samuel C.C. Ting la realizzazione di uno spettrometro magnetico (AMS-2) per effettuare per la prima volta misure di precisione dei Raggi Cosmici nello spazio, strumento che dal 2011 è operativo sulla Stazione Spaziale Internazionale.


Presidente Battiston, ASI è tra i protagonisti della storica scoperta di acqua sotto la superficie di Marte: ci racconta come è nata e che ruolo avete svolto?


“Come ASI abbiamo contribuito alla costruzione del satellite Mars Express, visto che siamo i terzi contributori dell’ESA; abbiamo finanziato i ricercatori di INAF, CNR e degli atenei impegnati nella ricerca oltre ai nostri ricercatori pure coinvolti; oltre a questo abbiamo realizzato il radar a cui si deve la scoperta ovvero Marsis, costruito interamente in Italia e dotato di un’antenna particolare lunga 40 metri. Anche la scelta di mettere a bordo il radar Marsis è dovuta all’ASI. Si tratta di un progetto complesso: tra la selezione delle proposte, la progettazione, il lancio - il satellite è in orbita dal 2003 – e i risultati odierni corre circa un ventennio. I dati sono stati raccolti per molti anni e sono stati poi analizzati da ricercatori italiani dell’INAF e dell’ASI, con tecniche ecografiche molto raffinate in cui in Italia siamo particolarmente esperti. Siamo così riusciti a ottenere un risultato straordinario: a circa un chilometro e mezzo sotto la superficie abbiamo osservato una zona di discontinuità - spessa alcuni metri e lunga diversi chilometri – che, per quanto ne sappiamo, ha le tipiche caratteristiche di acqua allo stato liquido. Voglio sottolineare che questa scoperta è stata inseguita per decine di anni: sappiamo che su Marte c’è del ghiaccio come sappiamo che non può esistere acqua liquida sulla sua superficie, perché date le particolari condizioni del pianeta questa o evapora o gela. Per identificare uno strato di acqua liquida nel sottosuolo occorreva una evidenza sperimentale indiscutibile, proprio quella che il radar Marsis ci ha dato”.


Dunque la presenza del lago sotterraneo è stata registrata dal radar molti anni fa?


“I dati raccolti nel corso degli anni hanno richiesto molto lavoro di analisi e molte simulazioni specifiche, senza considerare che si tratta di ricerche ‘alla cieca’: non sapevamo infatti dove avremmo potuto incontrare dell’acqua sotterranea, riscontrata in una zona ampia ma limitata”.


Qualcuno ha ricordato il ruolo svolto dai ricercatori precari: qual è la loro situazione nel vostro settore?


“Nella prima fase della propria carriera, tra assegni di ricerca e contratti a tempo il ricercatore è per definizione beneficiario di un contratto a termine: questa situazione diventa precariato quando si prolunga per troppi anni. Bisogna però dire che in questo momento sono in atto azioni molto precise di stabilizzazione dei precari di lungo termine. Per esempio all’ASI già non ci sono più precari di lungo corso, che sono stati assunti tramite concorsi o procedure di stabilizzazione. Anche INAF e CNR si stanno muovendo per ridurre in modo sostanziale questo fenomeno, tanto che credo che in un paio d’anni potremo considerarlo del tutto scomparso negli enti di ricerca pubblici”.


L’ASI non è comunque un’eccellenza isolata, non è così?


“La nostra Agenzia ha appena festeggiato il trentennale, ma sul fronte della ricerca spaziale l’Italia ha una tradizione lunga oltre 50 anni, che si fa risalire al generale Luigi Broglio negli anni 60: durante tutto questo periodo il Paese ha saputo sviluppare in modo sistematico, con una visione e degli investimenti, una filiera complessiva che va dai satelliti di varie dimensioni al lanciatore a cui si deve la messa in orbita, dagli strumenti per la ricezione a terra dei dati satellitari fino agli strumenti in uso sui satelliti stessi. Un esempio? L’Italia ha contribuito con più della metà delle parti abitabili alla Stazione Spaziale Internazionale, una struttura grande come un campo da calcio che ruota intorno alla terra e che può accogliere fino a nove astronauti”.


La scoperta di acqua nel sottosuolo di Marte ha riacceso i riflettori su orizzonti e possibilità della ricerca spaziale. Perché è vitale per il nostro futuro?


“La ricerca spaziale, come più in generale la ricerca scientifica, ci permette di migliorare e innovare, con benefici a breve o lungo termine. Non soddisfa solo la curiosità relativa ad alcune domande fondamentali, le tecnologie che sviluppa vengono poi trasformate in prodotti utilizzati dal grande pubblico. La ricerca spaziale è poi più rapida nel trasferimento dell’innovazione in applicazioni per il mercato, in quanto presenta una componente industriale intrinseca molto forte. Lo spazio mescola insomma in modo indissolubile ricerca e industria, applicazioni presenti e future con una grandissima ricaduta e benefici per milioni di persone”.


Qualche esempio delle applicazioni pratiche che già sfruttiamo?


“Il navigatore satellitare che portiamo sempre con noi sul cellulare: quando cerchiamo un indirizzo, attingiamo a dati che giorno e notte arrivano da alcuni satelliti, che ci permettono di localizzarci con una precisione che sta scendendo sotto il metro. Parliamo di una trentina di satelliti statunitensi, i GPS, che ora vengono integrati da altrettanti satelliti europei, i Galileo della Comunità europea: proprio qualche giorno fa ne sono stati lanciati quattro, che portano la quota europea a 26. E ancora, basta pensare alle parabole sui tetti, rivolte verso satelliti in orbita geostazionaria che irradiano le informazioni che poi le antenne paraboliche raccolgono e decodificano. In futuro poi avremo altre applicazioni, legate ai dati di osservazione della Terra dallo spazio. Questi ci permetteranno ad esempio di sviluppare l’agricoltura di precisione ovvero di capire dove irrigare, dove seminare, dove i terreni sono più fertili; o di individuare movimenti del terreno; o ancora di intervenire quando si verificano alluvioni o altre situazioni di emergenza. Del resto, per affrontare le sfide poste dallo studio dell’universo dobbiamo e dovremo inventare strumenti che non esistono ma che un giorno potranno diventare di uso comune: ad esempio le tecniche ecografiche usate da Marsis su Marte potrebbero venire sfruttate un giorno sulla Terra per cercare l’acqua sotto il deserto, le condizioni sono infatti analoghe”.


In termini economici, quanto vale oggi l’industria spaziale?


“Si parla di 330 miliardi di euro nel mondo, 1,6 miliardi in Italia dove occupa direttamente 6.500 persone, senza contare l’indotto. Si tratta di un’industria peculiare, dieci-quindici volte più piccola di quella aeronautica ma in grado di spingere l’innovazione e di metterci in collegamento con il mondo intero. Insomma di un settore di alto livello, prezioso per il suo contributo allo sviluppo complessivo della filiera industriale”.


Torniamo al sogno di raggiungere Marte: si avvererà? Quando?

“Siamo stati più di una volta sulla Luna, c’è una volontà forte e diffusa di tornarci forse anche per creare una colonia, ma arrivare su Marte è tecnicamente possibile. Il punto è però un altro. Il costo di una missione marziana si può oggi quantificare in dieci, venti volte quello della Stazione Spaziale Internazionale, che ricordo ammonta a 130 miliardi di dollari. Costo che è stato sostenuto all’epoca grazie a una collaborazione a livello mondiale tra USA, Russia, Canada, Giappone ed Europa e una decisa volontà politica, in grado anche di superare le tensioni della Guerra fredda tra i due blocchi contrapposti.


Poniamo allora che per arrivare su Marte occorrano almeno 1300 miliardi di dollari, se non addirittura 2 mila. Una simile somma può essere messa in campo solo con un altro sforzo globale, che veda partecipi anche nuove potenze come Cina e India. È un’illusione? È una cifra eccessiva? Ricordo che una guerra come quella in Irak è costata agli USA nel giro di poche settimane l’equivalente del costo della Stazione Spaziale Internazionale. Il valore di una missione su Marte va visto anche in rapporto a dati come questi, oltre ai ritorni che questo progetto può generare. La missione Apollo è costata moltissimo agli USA, ha decuplicato per un periodo il bilancio della NASA, facendo compiere un enorme balzo in avanti all’Agenzia stessa e permettendo agli Stati Uniti di essere per decenni all’avanguardia nella tecnologia, con una crescita esponenziale della formazione di ingegneri, chimici e fisici. Basti pensare al fatto che gli orologi elettronici sono nati per andare sulla luna, così come i primi computer con microchip”.


Dunque si tratta di un obiettivo raggiungibile?


“Sì, se lo sbarco su Marte divenisse un obiettivo condiviso tra tutti i grandi player spaziali internazionali, naturalmente con una governance condivisa, di co-partecipazione. Certo non accadrà oggi, né domani, però il ritorno di tecnologie per l’umanità sarebbe enorme. Può sembrare visionario, ma lo spazio richiede uno sguardo a lungo termine. E se le stelle della politica internazionale si allineassero, se ci fosse la volontà di perseguire questo obiettivo l’arrivo su Marte è nelle nostre possibilità, anche nel giro di una ventina di anni. Poi c’è chi vuole fare da solo, come Elon Musk, ma a me piace pensare questa sfida in un contesto di collaborazione internazionale”.


Che ruolo possono giocare i privati nella corsa allo spazio?


“Un ruolo importante, anche in collaborazione con le Agenzie pubbliche. Naturalmente ci deve essere un rapporto sano: in questa collaborazione il privato deve poter vedere un vantaggio economico e le Agenzie la possibilità di realizzare un interesse pubblico. Abbiamo la certezza che da qui a una decina di anni l’economia legata allo spazio avrà un peso molto maggiore, con nuovi prodotti e servizi. Quello che vorrei, come presidente ASI, è che l’Italia riuscisse quanto più ad anticipare questo business, perché quanto prima si investe quanto prima nasce un mercato legato a questi nuovi prodotti e servizi.


Come Agenzia, dunque, guardando al sistema Paese abbiamo interesse a mettere in atto un co-finanziamento che coinvolga i privati, per aiutarli a lanciarsi in operazioni commerciali in questo settore e per anticipare la nascita di un mercato in cui i privati forniranno servizi che saranno di pubblica utilità. In questa direzione, nel 2016 il Cipe ha approvato il Piano Space Economy che mobilita 4,7 miliardi di euro, per metà pubblici e per metà privati, di cui 1,1 miliardi già allocati con un Piano Stralcio. Quest’ultimo prevede bandi e investimenti nei prossimi 4-5 anni, per realizzare un certo numero di public-private-partnerships della durata di dieci-quindici anni. I privati forniranno servizi o prodotti per degli aquirenti, i quali si impegnano ad acquistarli per tutto il periodo: un esempio è quello delle telecomunicazioni sicure per istituzioni come Vigili del Fuoco, Polizia, Carabinieri. Così l’industria è incentivata a investire in nuove tecnologie, anticipando quello che avrebbe fatto in tempi più lunghi o che forse avrebbe lasciato sviluppare da imprese non italiane”.


In Italia, a Milano, si trova anche una realtà unica a livello europeo come il Laboratorio sull’economia spaziale della Bocconi…


“Stiamo collaborando con la Bocconi, siamo allineati sull’esigenza di creare una grande sistema di investimenti pubblico/privati nei vari settori dell’economia dello spazio con cui attivare le imprese. L’Europa non ha un sistema come quello statunitense, molto legato al rischio, al Venture Capital, con la presenza di alcuni grandissimi nomi che arrivano da altri ambiti dell’economia ma che sono interessati a investire nello spazio. Per quel che mi riguarda comunque credo che il futuro dell’economia dello spazio sia nelle mani delle migliaia di imprenditori che hanno specifiche competenze in questo settore e che stanno crescendo rapidamente in numero e competenza”.


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