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    Coronavirus, l’infettivologo Galli: “Vaccino lontano, ecco altre strade della ricerca”

    Intervista al docente della Statale e Direttore Malattie Infettive al Sacco di Milano

    di redazione open innovation | 04/02/2020

L’infettivologo Massimo Galli accoglie positivamente l’isolamento del nuovo ceppo di coronavirus isolato all’Istituto Spallanzani: “Un risultato atteso, visti i meriti del Laboratorio diretto dall’amica Maria Capobianchi. Lei è un fulmine di guerra e la struttura non ha nulla da invidiare ad altri centri a livello internazionale. L’unica cosa che ci differenzia da loro sono, purtroppo, i fondi destinati alla ricerca”.

Quanto però alle prospettive che si aprono ora per contrastare il virus, l’Ordinario dell’Università degli Studi e Direttore delle Malattie Infettive all’Ospedale Sacco di Milano invita alla prudenza. Spiegando anche che presto, “in una decina di giorni, spero”, potremo capire davvero che direzione prenderà questa nuova epidemia globale.

Professore, quali saranno i prossimi passi della ricerca? Che tempi possono esserci per lo sviluppo di un vaccino?

“Devo purtroppo ricordare che quando nel 1983 venne isolato il virus dell’AIDS si disse che di lì a breve sarebbe stato possibile preparare un vaccino. Lo stiamo ancora aspettando. Un caso limite, certo, come è certo questo è un virus molto diverso. Ma il tempo di attesa per il vaccino potrebbe comunque essere lungo. Il fatto che più istituzioni a livello internazionale siano riuscite a isolare il virus dà il via a quello che ritengo sarà un intenso lavoro per la produzione di un vaccino. Va ricordato che il vaccino per il virus della sindrome respiratoria Medio orientale, la MERS, che conosciamo dal 2012, non è ancora andato al di là dei primi passi. Per realizzare quello per il 2019-nCov si parla almeno di mesi. Ci sono però altre strade che intanto possiamo percorrere”.

Quali strade?

“Aver isolato il virus permette di valutare l’attività in vitro di farmaci già esistenti. Per la MERS ci sono dati molto preliminari che hanno visto l’impiego di Lopinavir/Ritonavir, un ‘vecchio’ farmaco che ha avuto un ruolo importante nella cura delle infezioni da HIV, associato a interferone β. Potrebbe essere interessante anche vedere se funziona il

Remdesivir, un pro farmaco di un analogo nucleotidico la cui azione è stata valutata in modelli sperimentali su vari virus, compresi su alcuni coronavirus. Ma non sappiamo, ovviamente, se tutto questo ci potrà dare una terapia in tempi brevi”.

Nel frattempo, che previsioni possiamo fare sull’evoluzione dell’epidemia?

“Entro una quindicina di giorni potremo dire se andremo incontro a una ulteriore espansione oppure no. In questo secondo caso non si assisterebbe, sia chiaro, a un arresto totale dell’epidemia, ma a una diminuzione del numero di segnalazioni giornaliere. Perché se da un lato fa sicuramente effetto essere passati dai meno di 300 casi del 20 gennaio agli oltre 20 mila del 4 febbraio, è anche vero che questi sono soprattutto frutto di quanto accaduto, cioè della diffusione dell’infezione che si è determinata, prima che fossero messe in campo le importanti misure di contenimento poi attuate.

Ecco, secondo un’ipotesi che condivido con voci ben più autorevoli della mia a livello internazionale, se e quanto queste misure avranno avuto un impatto positivo lo capiremo pienamente nei prossimi dieci - quindici giorni. Al di là dell’ottimismo e della speranza, è quello che è lecito aspettarsi da un’epidemia di questo tipo. Se, cioè, valgono le osservazioni fatte sul virus della Sars, che veniva rilasciato nell’ambiente dalle persone colpite prevalentemente vari giorni dopo la comparsa dei sintomi respiratori: un ‘comportamento’ che ridurrebbe il rischio di contagio, poiché le diagnosi sarebbero state attuate e i pazienti isolati prima di diventare veramente contagiosi”.

L’efficienza del virus sembra dunque bassa…

“Potrebbe essere anche inferiore ai numeri ipotizzati finora e cioè alle 2,2 - 2,6 persone contagiate da ogni persona portatrice dell’infezione. Ma è troppo presto per fare i conti”.

Lei ha sottolineato anche come questo ceppo siano meno letale di altri coronavirus già conosciuti: di che cifre parliamo?

Il tasso di letalità - e cioè il numero di morti per casi accertati di malattia - si aggira sul 2% contro il 9,6% della SARS, la sindrome respiratoria acuta che nel 2002 dalla Cina si è diffusa nel mondo, se guardiamo alla globalità della diffusione. Si arriva al 3% solo nella zona di Wuhan, dove si sono registrati più di 13 mila dei 20 mila casi e al di fuori della quale i morti sono pochissimi. E ricordiamo anche che l’età mediana dei primi 450 casi descritti era 59 anni.  È possibile che età e malattie preesistenti giochino un ruolo importante nel determinare un’evoluzione sfavorevole della malattia”.

Cosa ci insegna questa epidemia?

La Cina è stata storicamente la fonte di vari virus pandemici dell’influenza A e ha visto l’esplosione della SARS, caratterizzata da una grande ‘fiammata’ che si è andata poi esaurendo in pochi mesi. La vastità della sua popolazione e la tradizione di fare commercio di animali selvatici e domestici tenendoli assieme in situazioni non sicure hanno creato le condizioni per ricombinazioni pericolose tra virus di origini diverse. Non credo che wet market come quello descritto a Wuhan possano andare avanti per molto con questa commistione pericolosa di specie, al di là di quale sia stata l’origine precisa di questo ceppo. Voglio citare un’indagine epidemiologica pubblicata in Cina, di cui è disponibile solo una sintesi in inglese: condotta su più di 600 venditori di animali selvatici ha rilevato una presenza di anticorpi contro il virus della SARS superiore al 16% in persone che non risultavano aver contratto la malattia”.

La Cina ha messo in campo misure di sicurezza senza precedenti…

“Tra cui va anche ricordato il sistema di rilevazione di polmoniti da causa ignota, istituto a suo tempo principalmente per intercettare infezioni causate da virus dell’influenza di provenienza aviaria. I 425 casi dello studio pubblicato sul New England Journal of Medicine vengono da lì. Le autorità hanno impiegato circa dieci giorni per rendersi conto della presenza di casi anomali: un tempo ragionevole. Hanno agito quindi più precocemente e meglio rispetto a quanto fatto ai tempi della SARS, e direi tutto sommato in modo trasparente”.

Che dire invece dell’eco mediatica sollevata da questo virus?

“La gente va informata, dunque è giusto che se ne parli. Bisognerebbe ovviamente limitarsi il più possibile ai dati scientifici. Non mancano tuttavia esempi di quello che considero provincialismo mediatico: le notizie su presunti casi sospetti, che si sono rivelate finora tutte bufale e sono state solo fonte di apprensione e confusione”.

 

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