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13/07/2026

Da Milano Bicocca la ricerca per una seconda vita sostenibile dell’amianto

Lo studio di università e spin-off: diventa una polvere minerale sicura per realizzare bioplastiche

Redazione Open Innovation

Trasformare un rifiuto dannoso per la salute e l’ambiente, dandogli una seconda vita sostenibile in una nuova filiera produttiva.

È la sfida raccolta da un gruppo di ricerca dell'Università di Milano-Bicocca che ha dimostrato come l’amianto, dopo un processo di detossificazione, possa essere trasformato in una risorsa per realizzare bioplastiche più sostenibili.

Lo studio, pubblicato con il titolo Upcycling detoxified asbestos cement as depolymerization regulating filler in polylactic acid (PLA) composites, nasce dalla collaborazione tra i Dipartimenti di Scienza dei Materiali e di Scienze dell'ambiente e della terra, insieme allo spin-off Graftonica.

La ricerca apre nuove prospettive per l’economia circolare, dimostrando come un rifiuto altamente problematico possa diventare una risorsa capace di ridurre l’impiego di materie prime vergini e, in alcune formulazioni, favorire anche una degradazione controllata delle bioplastiche a fine vita.

Lo studio sull’amianto è stato condotto da Lorenzo Squitieri, dottorando industriale di Graftonica e nel gruppo di ricerca guidato da Roberto Simonutti, docente di Chimica Industriale del Dipartimento di Scienza dei Materiali dell’Università Bicocca. 

Il team coordinato da Michele Mauri, ricercatore presso lo stesso Dipartimento, hadimostrato come l’amianto, materiale storicamente problematico, grazie a trattamenti termici sviluppati dal gruppo di Giancarlo Capitani (docente di Mineralogia del Dipartimento di Scienze dell’ambiente e della terra), possa essere trasformato in una polvere minerale sicura.

Per rendere il processo totalmente circolare ed economicamente sostenibile, questa polvere è stata poi riutilizzata come carica, ovvero miscelata con il polilattico (PLA), una bioplastica molto diffusa nell’industria e nella stampa 3D.

La ricerca ha analizzato due tipologie di materiali resi non nocivi, denominate “rosso” e “verde”, ottenute attraverso processi differenti. Questi materiali sono stati integrati nel PLA, attraverso l’esperienza di Graftonica.

I risultati hanno mostrato che il materiale “rosso” può essere inserito nella bioplastica fino al 20% in peso, mantenendo caratteristiche meccaniche comparabili a quelle del materiale di riferimento, o incrementando leggermente la rigidità. Questo permette di creare manufatti più resistenti e sostenibili, riducendo l’uso di materie prime vergini e valorizzando un rifiuto che comporta rischi significativi per l’ambiente e la salute.

Il materiale “verde”, invece, viene preparato in condizioni che lo rendono in grado di spezzare le molecole di PLA con la breve applicazione di una temperatura attorno ai 200 °C. Sebbene questa variante riduca leggermente la resistenza meccanica dei compositi, permette però la progettazione di bioplastiche che, a fine vita, possano essere degradate ‘a comando’, contribuendo a un ciclo di vita più sostenibile e controllato.

Allora come osserva Lorenzo Squitieri, primo autore dello studio, “questa ricerca mostra in modo concreto come il trattamento di rifiuti pericolosi non è solo una necessità ambientale ma anche un’opportunità, per sviluppare materiali più responsabili e sostenibili”.

“La collaborazione tra i ricercatori dei due Dipartimenti (Scienza dei Materiali e Scienza dell’ambiente e della terra) unito all’approccio agile e innovativo dello spin-off hanno portato a un risultato che supera la somma delle parti. - ha aggiunto Michele Mauri, ricercatore presso il dipartimento di Scienza dei Materiali - Il momento più emozionante è stato quando l’analisi di alcuni dati apparentemente sbagliati ha rivelato invece una capacità imprevista di degradare il PLA. Ora che queste sono dimostrate, stiamo lavorando al coinvolgimento di nuovi partner per l’industrializzazione”.

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