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    Il giurato Rossini: “Invecchiare bene è prevenire le demenze. Ecco come”

    Intervista al Neurologo del Policlinico Gemelli sul focus del Premio “Lombardia è ricerca”

    di redazione open innovation | 06 mag 2019

Direttore dell’Area Neurologica del Policlinico Gemelli di Roma e dell’Istituto di Neurologia all’Università Cattolica, autore di centinaia di pubblicazioni scientifiche Paolo Maria Rossini è per la terza volta uno dei top scientist della Giuria del Premio “Lombardia è ricerca” da 1 milione di euro, promosso da Regione Lombardia per valorizzare scoperte nell’ambito delle Life Sciences e quest’anno focalizzato sull’Healty Agening.

Tra i principali ambiti delle ricerche del professor Rossini - arricchite da diverse esperienze di lavoro negli USA e collaborazioni internazionali- ci sono la ‘mappa’ delle connessioni neurali (“connettoma”), il suo stato di salute e lo sviluppo di malattie neurodegenerative, a cominciare dall’Alzheimer. 

Partiamo dall’Healthy Ageing, l’invecchiare in salute: che tipo segnale lancia il focus del Premio 2019, nel nostro Paese?

“La premessa è che l’invecchiamento attivo è un tema fondamentale per tutti i Paesi che non hanno una politica di sostegno specifico delle famiglie con anziani a carico, a partire dall’Italia. Per la somma di una serie di fattori, l’età media si sta allungando e questo tende a invertire la tradizionale piramide demografica: in dieci anni, per dire, il numero di alunni nelle scuole è diminuito di una percentuale impressionante. Quindi lo stato di salute degli anziani è uno dei grandissimi problemi che il terzo millennio ci pone.  Tutti vogliono vivere a lungo, ma questo si traduce in una serie di disagi per i singoli, e di costi per la società. È vero che ciò accade ormai dopo i 75 anni: per un anziano è questa la soglia oltre la quale si concentra il grosso delle patologie e delle spese sanitarie. In ogni caso, capire quali sono i meccanismi dell’invecchiamento ‘buono’ e viceversa quali quelli di un invecchiamento causa di disabilità, è diventato uno dei principali traguardi di una ricerca scientifica che abbia una visione sociale e di sanità pubblica”.

La demenza è la pestilenza del Terzo Millennio, in Italia ha ormai colpito più di un milione di persone. Ma i numeri di alcuni studi ci dicono che l’insorgere delle demenze non è affatto inevitabile”

E secondo lei, la percezione dell’importanza di questo traguardo è condivisa?

“Quanto si parla di Ageing, il tema ha molte sfaccettature. Faccio l’esempio del rapporto tra anziano e nuove tecnologie. Da un lato, queste possono rappresentare una liberazione dell’anziano da una serie di vincoli: basti pensare alla domotica, o a tutte quelle attività che possono essere svolte per via telematica, o ancora alla telemedicina. Dall’altro però, chi produce tecnologia stranamente a volte sembra non preoccuparsi di questa fascia di età, producendo ad esempio software per cellulari ogni volta del tutto diversi da quelli precedenti, che per una persona di 77 anni possono trasformare un aiuto in un ostacolo. E dire che il mercato degli over 65 è potenzialmente molto ricco, richiederebbe attenzioni maggiori. Resta il fatto che tramite smartphone oggi tutta una serie di controlli possono essere effettuati a domicilio invece che in ambulatorio o in ospedale. Si va dall’elettrocardiogramma alla glicemia, passando per il controllo del cibo che acquistiamo per vedere se sia adatto alle nostre patologie, la sveglia per l’assunzione dei farmaci, la misurazione dell’attività fisica quotidiana che è uno degli altri grandi traguardi da raggiungere. L’attività fisica rimane infatti uno dei pilastri dell’invecchiamento attivo, insieme a una dieta equilibrata e a un’attività cognitiva stimolante”.

Ci sono malattie, come quelle neurodegenerative di cui lei si occupa, legate in modo significativo all’avanzare dell’età: un nodo che rimane centrale per la qualità della vita degli anziani?

“ Ovviamente sì: la demenza è la pestilenza del Terzo Millennio, che si allarga a macchia d’olio e in Italia ha ormai colpito più di un milione di persone, metà delle quali ammalate di Alzheimer mentre l’altra metà soffre di altre forme di demenza. L’Alzheimer infatti rappresenta una delle forme più comuni, ma non è la sola. È un problema non risolto e strettamente età correlato, perché dai 65 anni in su la progressione è costante, tanto che dopo gli 80 anni un terzo degli anziani italiani soffre di demenza: si tratta di un numero enorme, con cui dobbiamo cominciare a fare i conti. Bisogna poi dire che quella che ho descritto è la correlazione che riguarda i sintomi delle demenze: ma la malattia vera e propria inizia molto, molto prima, anche 20-25 anni rispetto a quando si manifesta”.

Contro le demenze, la prevenzione deve partire già a 50 anni. Dobbiamo mantenere e far crescere la nostra ‘riserva neurale’. E ora con il progetto nazionale Interceptor, che coordino, puntiamo a individuare i soggetti ad alto rischio di sviluppare una demenza”.

A cosa è dovuto questo scarto?

“Ciascuno di noi è dotato di una ‘riserva neurale’, ovvero una dote di neuroni e circuiti nervosi in parte presente fin dalla nascita e non uguale per tutti, in parte creata nel corso di tutta la vita grazie all'attività cognitiva e anche motoria. Si tratta di una riserva, appunto, pronta ad attivarsi per sostituire le connessioni (sinapsi) ed i circuiti nervosi danneggiati dalle demenze. Ora se questa riserva è cospicua, la malattia neurodegenerativa può anche non arrivare a mostrare i suoi sintomi, tanto viene ritardata nel tempo. Se invece ci sono fattori specifici che la aggrediscono - microtraumi alla testa, come nel caso dei pugili professionisti, o danni prodotti da tossicodipendenze, o ancora un consumo eccessivo di alcol e grassi - ecco che questa riserva di riduce a tal punto da accelerare la comparsa dei sintomi. Quello che è chiaro, allora, è che quando si parla di prevenzione delle patologie neurodegenerative questa deve partire già dai 50 anni, non a 70: con il controllo rigoroso di alcuni parametri metabolici (glicemia, colesterolo e lipidi, ormoni tiroidei), uno stile di vita attento, un’attività fisica intensa e quotidiana, una buona vita di relazione. Mentre vanno tenuti sotto controllo pressione alta, diabete, cardiopatie e in generale tutto quello che può produrre micro emboli a livello cerebrale. Ci sono studi condotti per anni su gruppi di persone, in cui l’attenzione a questi elementi ha ridotto l’insorgenza di nuovi casi di demenza anche del 20-30% ogni anno. Questi numeri ci dicono che, anche in assenza di una cura che oggi ancora non abbiamo trovato, l’insorgere delle demenze non è affatto inevitabile”.

Le sue ricerche si sono concentrate anche sulla diagnosi precoce delle demenze: con quali risultati?

“Ad agosto 2018 ha preso il via un progetto di grande rilievo, Interceptor, promosso dal Ministero della Salute e dell’AIFA, che ho l’onore e l’onere di coordinare. Il suo obiettivo è lo screening della popolazione a rischio Alzheimer, a partire dall’osservazione di 500 pazienti con lievi deficit cognitivi, di età compresa tra 50 e 85 anni e distribuiti in cinque centri italiani. Si tratta dunque di persone che non sono malate, ma che presentano una lieve compromissione delle funzioni cognitive: il nostro scopo è riuscire a individuare nella popolazione che soffre di questa lieve compromissione - in Italia si tratta di circa 800 mila persone - quelle ad alto rischio di sviluppare una demenza, per cominciare poi un’attività di prevenzione mirata. Interceptor lo farà utilizzando 6 biomarcatori: test neuropsicologici, PET, analisi genetica, valutazione del tracciato elettroencefalografico (EEG) per connettività, risonanza magnetica volumetrica e puntura lombare per un’analisi del liquido cerebrospinale.

In concreto, puntiamo a capire quale sia la migliore combinazione di biomarcatori da utilizzare, guardando alla loro efficacia predittiva e ovviamente alla sostenibilità dei costi. Riuscire a predire quali soggetti sono maggiormente a rischio è fondamentale: sia a livello di prevenzione, sia qualora in futuro si riescano a individuare farmaci efficaci. È un traguardo importante, e credo che l’Italia sia il primo Paese ad avviare uno screening di questo genere su scala nazionale”. 

Due anni fa, lei lamentava la scarsa attenzione del mondo universitario al nodo brevetti. Qualcosa è cambiato?

“In effetti sì, ma rimane un effetto forbice: gli altri Paesi continuano a brevettare di più. Mi sembra che nelle facoltà di Biologia e in particolare in quelle di Medicina l’importanza di questa lacuna non sia stata ancora colta in pieno. Non dico che chi voglia avviare uno spin off o portare sul mercato alcune scoperte venga ostacolato, in qualche caso è anche sostenuto con qualche migliaio di euro o piccoli spazi messi a disposizione. Ma non c’è paragone rispetto agli USA, dove le università fanno a gara a diventare partner in imprese avviate dai loro docenti o studenti. Certo, il nostro modello di finanziamento degli atenei è pubblico e quindi del tutto diverso. Rimane il fatto che in Italia l’area medica farebbe bene a prendere esempio dai colleghi delle facoltà di Ingegneria, che da decenni hanno sviluppato una cultura del brevetto e dell’imprenditorialità: altrimenti, la Medicina italiana è destinata a rimanere indietro in termini di innovazione. Ed è un peccato, visto il suo buon livello. A questo proposito, per tornare al Premio, voglio ricordare che sul fronte dell’invecchiamento la ricerca scientifica italiana c’è da sempre, è molto vivace e ben considerata all’estero”.

 

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