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    Imprese italiane e AI. Un mercato da 85 milioni, in crescita

    L’Osservatorio del PoliMi ha censito 600 progetti. L’impatto (positivo) sui posti di lavoro

    di redazione open innovation | 15 mar 2019

A che punto è il mondo del lavoro, nel percorso di avvicinamento a una tecnologia emergente e impattante come quella dell’Intelligenza Artificiale? Presentato lo scorso 19 febbraio, il rapporto dell’Osservatorio sull’Intelligenza Artificiale ha fatto emergere diversi dati interessanti su un mercato ancora limitato, ma destinato a esplodere e a cambiare il modo di fare impresa, lavorare e di vivere. Il rapporto, realizzato dal Politecnico di Milano, deriva da un censimento che ha analizzato più di 600 progetti: l’Osservatorio vuole analizzare l’impatto dell’AI sull’economia e sul mondo del lavoro, oltre a esplorare il modo in cui le aziende vedono questo strumento.

Cos'è l’intelligenza artificiale

La definizione data all'intelligenza artificiale dall'Osservatorio è questa: “Il ramo della computer science che studia lo sviluppo di sistemi hardware e software dotati di specifiche capacità tipiche dell’essere umano e in grado di perseguire autonomamente una finalità definita prendendo delle decisioni che, fino a quel momento, erano solitamente affidate agli esseri umani”. Il 58% delle aziende intervistate pensano invece a un’intelligenza artificiale come capace di replicare completamente le facoltà umana.

“Un concetto – ha osservato uno dei ricercatori, Alessandro Piva – che ha poco a che fare con i risvolti pratici della disciplina”. Non è una sfumatura di poco conto: solo il 14% delle aziende capisce che l’intelligenza artificiale è in grado, sulla base di algoritmi predefiniti, di replicare funzioni specifiche del cervello umano, ma non ne vuole replicare la funzione, mito che sarebbe anzi da sfatare.

L’uso dell'intelligenza artificiale nelle aziende

Solo il 12% delle imprese intervistate ha portato a regime almeno un progetto relativo all’AI, mentre quasi un’organizzazione su due non si è ancora mossa. In generale la visione delle aziende di questo strumento è ancora poco definita. Tra chi invece sta investendo, non mancano le soddisfazioni: il 68%è contento del risultato, mentre per gli altri è ancora troppo presto per fare un bilancio. Solo una piccola percentuale pensa che il risultato sia stato al di sotto delle aspettative. Il 50% delle aziende che ha in corso progetti si è poi prefissata l’obiettivo del miglioramento dell’efficienza dei processi, ovvero la riduzione dei costi. Nel 37% si punta all’aumento dei ricavi e nel 13% allo sviluppo di soluzioni per un supporto decisionale.

Risultati che dimostrano - osserva Piva - che non si tratta di una bolla, bensì di “un'opportunità reale per le aziende”: il mercato in Italia è “dinamico” ma “ancora poco maturo”, con un percorso di crescita che è soltanto all’inizio. La spesa per lo sviluppo degli algoritmi vale oggi 85 milioni: “Un valore limitato, ma destinato a esplodere nei prossimi anni”.  Ci sono infatti alcuni ambiti di applicazione evidentemente pronti a essere sviluppati: ad esempio tutto ciò che gira attorno alla smart home, con gli assistenti vocali e lo sviluppo dei robot collaborativi in ambito industriale.

L’impatto dell’Intelligenza Artificiale sul lavoro

Rimangono molti gli interrogativi sull’impatto sul lavoro: se da un lato il 33% delle aziende intervistate dichiara di aver dovuto assumere nuove figure professionali qualificate per realizzare soluzioni di AI, dall’altro il 27% ha dovuto ricollocare personale dopo l’introduzione di una soluzione di intelligenza artificiale. L’indagine puntuale sul bilancio occupazionale in Italia rivela come l’Artificial Intelligence sia da considerarsi più come un’opportunità che una minaccia. Questi i numeri del rapporto: “Saranno 3,6 i milioni di posti di lavoro equivalenti che potranno essere sostituiti nei prossimi 15 anni dalle macchine ma nello stesso periodo, a causa della riduzione dell’offerta di lavoro (principalmente per questioni demografiche, ipotizzando continuità sui saldi migratori) e l’incremento di domanda si stima un deficit di circa 4,7 milioni di posti di lavoro nel Paese, da cui emerge un disavanzo positivo di circa 1,1 milioni di posti”.

Secondo lo studio le macchine saranno necessarie, in uno scenario come questo, per “mantenere gli attuali livelli di benessere economico e sociale, riducendo i costi assistenziali necessari a preservare gli attuali standard di vita”.

 

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