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    Nespoli: “Lo sbarco sulla Luna ci ha cambiati, ora dobbiamo puntare su Marte”

    L’astronauta e i 50 anni dall’evento del 20 luglio ‘69: conoscere è nel nostro DNA

    di redazione open innovation | 19 lug 2019

Paolo Nespoli, ovvero l’astronauta italiano che finora ha passato più tempo nello Spazio con  i suoi sei mesi di sulla Stazione Spaziale Internazionale, l’ “astropaolo” che twittando ci ha coinvolto nella vita in orbita. L’ufficiale dell’esercito, l’ingegnere che insegue con caparbia il sogno di andare tra le stelle, superando un concorso dell’ESA - l’Agenzia Spaziale Europea - e poi le severe selezioni per diventare astronauta fino alla sua prima missione, nel 2007.

A lui - che lo scorso 8 novembre è stato tra gli ospiti della Giornata della Ricerca di Regione Lombardia, sul palco del Teatro alla Scala - abbiamo chiesto di commentare il sogno che ha segnato un’epoca, quello dello sbarco del primo uomo sulla Luna, il 20 luglio di 50 anni fa.

Nespoli, quel “grande passo per l’umanità” come ci ha cambiati? Si può dire che lo abbia fatto anche nella nostra quotidianità?

 “Per me ha rappresentato anzitutto un passo avanti nella conoscenza, che è fondamentale per capire dove possiamo arrivare. Magari si tratta di possibilità poco chiare, e nemmeno tanto logiche, ma se non tentassimo azioni anche incoscienti non arriveremmo a scoprire qualcosa di nuovo. Questo del resto sono stati l’allunaggio e la prima passeggiata sulla Luna: un’azione temeraria, che ci ha portato a essere quello che siamo oggi. Perché la maledizione, o benedizione, che abbiamo nel nostro DNA è quella di voler conoscere.

Anche se la motivazione pratica della nostra avventura sulla Luna era tutta di tipo politico: ha rappresentato un modo per cercare di affermare la supremazia di una delle due super potenze dell’epoca - gli Stati Uniti capitalisti da un lato e l’allora Unione Sovietica comunista dall’altro - che si contrapponevano anche al livello della ricerca scientifica. Ed ecco allora la famosa dichiarazione di Kennedy (‘non dobbiamo andare sulla Luna perché è facile, ma perché è difficile, ndr’). Questo impegno in termini di fondi e di ricerca dedicata a quell’obiettivo ci ha portato una serie di tecnologie, assolutamente centrali per la nostra vita oggi. Parlo della miniaturizzazione, del telecontrollo, delle comunicazioni satellitari, materiali più leggeri e più resistenti: sono moltissime le innovazioni che hanno ricevuto una spinta dalla missione dell’Apollo 11, quantificarle è quasi impossibile”.

Insomma quell’avventura ci ha lasciato in eredità anche qualcosa di molto concreto?

“C’è un esempio che mi ha molto colpito. Trent’anni fa lavoravo in una ditta di Firenze, allora contava una quindicina di persone, a cui era stato chiesto di mettere a punto un trasformatore abbastanza complesso per alcune apparecchiature da portare sullo Shuttle. Abbiamo affidato il lavoro a un’altra piccola ditta e sembrava impossibile - loro producevano trasformatori per apparecchi tv, altro che Spazio! - ma da noi c’era una sorta di Elon Musk nostrano che li motivò ad accettare la sfida. Ecco, la settimana scorsa sono tornato a trovarli: oggi quella ditta ha un migliaio di dipendenti ed è il terzo produttore al mondo di alimentatori. Viene tutto da lì, dall’avere accettato la scommessa di provare a fare qualcosa che non sapevano fare”.

Guardiamo al futuro: gli USA puntano a tornare sulla Luna nel 2024, e a sbarcarvi forse la prima donna…

“Dico subito che per me il prossimo passo necessario nell’esplorazione spaziale è andare su Marte. Subito dopo l’impresa dell’Apollo 11 si diceva che ce l’avremmo fatta nel giro di 15 anni, quando sono diventato astronauta, nel 1988 si ripeteva ‘ci arriveremo tra 15 anni’, ora che vado in pensione nulla è cambiato. Questo perché per tagliare un simile traguardo occorre una strategia di durata appunto più che decennale.

Invece siamo ‘schiavi’ dei ritmi della politica: negli anni ’60 la competizione tra i due blocchi diede un’accelerazione all’esplorazione spaziale, oggi invece non si fanno più programmi di ricerca a lungo termine e di ampio respiro, l’orizzonte è sempre quello delle scadenza elettorali.

E infatti, Trump vuole un risultato importante per chiudere il suo mandato e allora ecco la missione del 2024 sulla Luna, che ha tempi di preparazione molto diversi. Benvenga questa e lo sbarco della prima donna sul nostro satellite. Ma questo è l’obiettivo di una nazione: come astronauta, credo che noi dobbiamo pensare a quello che sarebbe un obiettivo, un passo avanti dell’intera umanità. Che può essere solo una missione su Marte, è quella la nuova soglia dell’ignoto. Dovremmo cominciare a ragionare in questi termini, e portarci non solo tecnici ma filosofi, registi, scrittori, giornalisti, uomini e donne: idealmente tutta l’umanità dovrebbe partecipare”.

Manca insomma una nuova sfida globale?

“Premetto che intanto non dobbiamo dimenticare quanto si fa sulla Stazione Spaziale Internazionale. Il lavoro condotto dagli astronauti lassù è qualcosa di incredibilmente produttivo, rimani lì per anni  - mentre Armstrong è stato nello Spazio solo sei giorni -, in servizio per 12 ore al giorno, a condurre esperimenti preparati dagli scienziati che sono fondamentali per migliorare la qualità della vita sulla Terra.

Ma sul fronte della ricerca e della conoscenza il nostro orizzonte non può che essere Marte, e anzi: quando arriveremo là non sarà ancora finita. Per quanto difficile sia raggiungerlo sarà comunque un risultato limitato, dobbiamo arrivare oltre,  sono sicuro che usciremo dal nostro Sistema Solare. Oggi ci vorrebbero 100 mila anni per raggiungere la Stella più vicina, dunque sembra impossibile: ma un’impresa rimane sempre impossibile se non la si tenta”.

Andare nello Spazio è stato il sogno di una generazione, anche grazie all’evento del 20 luglio 1969. E oggi? I giovani sognano ancora di fare l’astronauta?

“Veramente negli ultimi tre-quattro anni, quando faccio conferenze e presentazioni con i ragazzi, tantissimi mi dicono che vogliono fare il cuoco! Certo, sono molti anche quelli che alla fine commentano, ‘non sapevo come fosse fare l’astronauta, voglio diventarlo anch’io, ma quanto si guadagna?’. Ecco, forse dobbiamo stare attenti a cosa stiamo insegnando ai più giovani: non dico che tutti debbano diventare ingegneri, ognuno deve seguire le proprie inclinazioni, attenzione però a non indurli a pensare solo ai soldi e alla ricchezza.

Però queste presentazioni mi piacciono, li vedo stimolati dallo Spazio e dalla ricerca scientifica, ci vedono come novelli Cristoforo Colombo alla ricerca di un nuovo mondo. Credo che se offriremo loro dei buoni esempi, sapranno raggiungere risultati anche migliori dei nostri”.

 

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