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    Pelicci (IEO): “I fattori ambientali incidono sul cancro, la prevenzione conta”

    L’ultima scoperta del direttore della Ricerca dell’Istituto e il ruolo dell’Healthy Ageing

    di redazione open innovation | 23 mag 2019

Una scoperta complessa, ma dal messaggio semplice: non ci si ammala di cancro in modo inevitabile e casuale, ma per l’incidenza di fattori ambientali. E dunque, la prevenzione conta, anzi secondo gli scienziati ridurre i fattori di rischio già conosciuti può ridurre il numero di malati di tumore del 30%. Per questo ognuno - il singolo, ma anche la politica come espressione della collettività - è chiamato a fare la sua parte.

Questo racconta il professor Pier Giuseppe Pelicci, Direttore della Ricerca dell’Istituto Europeo di Oncologia e professore di Patologia generale all’Università degli Studi di Milano, che proprio allo IEO il 22 maggio ha illustrato la ricerca del centro milanese al Capo dello Stato Sergio Mattarella.

Pelicci sottolinea poi il ruolo della Lombardia (“È l’unica regione a poter trainare la ricerca in Italia, ha una leadership e deve esercitarla”) e l’importanza del focus sull’Healthy Ageing del “Premio Lombardia è ricerca” 2019 di Regione.

Professore, la ricerca guidata da lei e da Gaetano Ivan Dellino, ricercatore sempre allo IEO, ha gettato nuova luce sulle alterazioni genetiche alla base dei tumori. Ci spiega come?

“La premessa è che ci sono due tipi di alterazioni a carico dei geni: le mutazioni, ovvero evoluzioni minori; e le traslocazioni cromosomiche, veri e propri danni del DNA dovuti alla sua rottura. Tempo fa il gruppo di Bert Vogelstein, scienziato autorevole e rigoroso, ha studiato il primo tipo di alterazioni arrivando alla conclusione, pubblicata su Science, che queste avvengano per caso e che siano dunque inevitabili. Il mio gruppo, in collaborazione con quello diretto dal professor Mario Nicodemi dell’Università di Napoli Federico II, ha invece studiato le traslocazioni cromosomiche. E ha scoperto che queste non sono affatto casuali, ma che avvengono in punti precisi del DNA, ovvero in geni che si attivano in seguito a segnali esterni alla cellula, che a loro volta dipendono dall’ambiente in cui viviamo.

Insomma questo tipo di danno al DNA viene attivato in seguito ad alcuni stimoli ambientali. Non solo: siamo in grado di prevedere queste traslocazioni, ovvero quali geni si romperanno e quali no, in circa l’80% dei casi. Un risultato dunque molto diverso da quello di Vogelstein, di cui mette in discussione le conclusioni - che peraltro lui non poteva che avanzare, sulla base dei dati raccolti. E dunque: ci sono fattori ambientali che influenzano l’insorgenza dei tumori, e anche se ancora non ne conosciamo nel dettaglio i meccanismi, la nostra ricerca fa capire come su questi fattori si possa intervenire”.

La prevenzione, insomma, conta?

“Assolutamente. E dipende dalle scelte che uomini e donne fanno, a livello individuale e a quello collettivo della politica. Il nostro è uno studio con elementi complessi ma con un messaggio semplice, a livello psicologico, che rafforza l’autodeterminazione a scapito di una possibile rassegnazione: contro l’insorgenza del cancro, si può fare qualcosa. E anzi si deve. E intanto, la ricerca scientifica va avanti: magari tra qualche anno capiremo anche quali stimoli esattamente agiscono, e come”.

A oggi, quali fattori esterni sono sotto accusa come possibili cause di cancro?

“Come è noto, per quel che riguarda gli stili di vita sono stati individuati fumo, alcol, consumo eccessivo di carne rossa o zuccheri e viceversa scarso consumo di frutta, verdura e legumi, mancanza di attività fisica e obesità. Ci sono poi alcuni virus e batteri all’origine di specifici tipi di tumore, vedi il virus Hpv che favorisce il cancro della cervice e della faringe, il batterio Helicobacter pylori per quello dello stomaco e il virus Hbv per quello del fegato.

Conosciamo insomma una serie di cause che tutte insieme sono responsabili del 30-40% dei tumori: la comunità scientifica sottolinea che, se tutte queste cause fossero eliminate, il numero degli ammalati di cancro potrebbe ridursi di un terzo. E allora non ci sono scuse: le azioni in questo senso vanno implementate”.

“I meccanismi molecolari alla base dell’invecchiamento sono gli stessi all’origine di patologie come tumori e malattie neurodegenerative: gli studi sull’Healthy Ageing possono dare un nuovo contributo alla ricerca sulle patologie correlate all’età”

Chi dovrebbe attivarsi, e in quale direzione?

“Gli ospedali lo fanno da tempo. Come IEO, ad esempio, abbiamo lanciato da anni e ora anche intensificato un progetto per l’identificazione del rischio oncologico associato a geni ereditari. Abbiamo attivato tutta una serie di iniziative sullo Smartfood come elemento di prevenzione dei tumori, dai corsi per le scuole alberghiere ad accordi con la grande distribuzione, e partecipato alla campagna per la vaccinazione contro l’Hpv. Ma se davvero vogliamo intercettare il numero più ampio possibile di cittadini, non possono che entrare in gioco politica e istituzioni: già solo introdurre in modo stabile l’educazione alimentare nelle scuole, o tassare le bibite gassate, avrebbe un impatto enorme. Anche le azioni per un’economia più sostenibile sono importanti: se il cancro evidenzia una contraddizione tra uomo e ambiente, la tutela di quest’ultimo può fare la differenza”.

Tornando al vostro studio, la ricerca scientifica lombarda si conferma ben posizionata nel panorama nazionale e internazionale…

“Vivo a Milano da una ventina d’anni e ho imparato ad apprezzare questo territorio. La Lombardia ha potenzialità straordinarie, è l’unica regione che possa fare da traino alla ricerca in Italia: lo vedo nel mio campo, quando riusciamo a fare sistema abbiamo un potenziale enorme. Certo, non basta riconoscere che siamo la locomotiva d’Italia: avere un ruolo di leadership significa anche avere una grande responsabilità ovvero esercitare questo ruolo”.

Per valorizzare la ricerca scientifica, Regione Lombardia ha istituito il Premio “Lombardia è ricerca”, quest’anno dedicato all’Healty Ageing: un ambito di studio promettente?

“Ricordo anzitutto che anche il cancro è una patologia dell’invecchiamento - prima dei 50 anni è quasi assente, dopo questa età se ne ammala una persona su tre -: già questo può rendere evidente l’importanza degli studi sull’invecchiamento. Fino a una quindicina di anni fa, poi, l’invecchiamento è stato visto come qualcosa di inevitabile . Negli anni ’90, invece, la svolta: si è capito che i meccanismi molecolari alla base dell’invecchiamento sono gli stessi all’origine di molte patologie associate come appunto tumori e malattie neurodegenerative. Oggi questo nesso è chiaro a tutti, e sono fioriti gli studi sull’invecchiamento in salute proprio perché da questi può arrivare un nuovo contributo alla ricerca sulle patologie correlate all’età: si tratta di un binomio riconosciuto ormai come indissolubile”.

 

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