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    Laureati in fuga all’estero, +41,8% dal 1013: il nodo competenze

    Referto sul sistema universitario della Corte dei Conti: sostegni carenti, più spese per i brevetti

    di redazione open innovation | 11/06/2021

Le limitate prospettive occupazionali, con adeguata remunerazione, spingono sempre più laureati italiani a lasciare il Paese: +41,8% rispetto al 2013, una crescita netta.

Questo il dato che emerge dal “Referto sul sistema universitario 2021”, approvato dalle Sezioni riunite della Corte dei Conti. Da cui si evince anche che l’Università rimane una scelta di vita e formazione su cui puntano sempre più giovani; in Italia, infatti, la quota dei giovani adulti con una laurea è aumentata costantemente durante l’ultimo decennio, anche se resta comunque inferiore rispetto agli altri Paesi dell’OCSE.

La Corte, attraverso il Report dedicato, evidenzia inoltre che l’abbandono o il mancato accesso agli studi universitari da parte dei giovani provenienti da famiglie con redditi bassi è riconducibile al fatto che la spesa per gli studi grava quasi per intero sulle famiglie, vista la carenza delle forme di esonero dalle tasse o di prestiti o, comunque, di aiuto economico per gli studenti meritevoli meno abbienti.

Le competenze che scarseggiano

Le tasse di iscrizione in Italia sono più elevate rispetto a molti altri Paesi Europei. In questo quadro si inserisce poi il già citato motivo della “fuga di cervelli” dal nostro Paese, ovvero la carenza di opportunità lavorative che anche il referto sottolinea: “Risultano ancora poco sviluppati i programmi di istruzione e formazione professionale, le lauree professionalizzanti in edilizia e ambiente, energia e trasporti, ingegneria, e mancano i laureati in discipline STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) e questo incide negativamente sul tasso di occupazione”.

Le criticità sul fronte della ricerca

Il Referto evidenzia anche criticità sul fronte, fondamentale, della ricerca scientifica in Italia con particolare attenzione a quella del settore università. Sottolineando ad esempio che “nel periodo 2016-2019 l’investimento pubblico nella ricerca appare ancora sotto la media europea”, mentre le attività di programmazione, finanziamento ed esecuzione delle ricerche si caratterizzano ”per la complessità delle procedure seguite, la duplicazione di organismi di supporto”. In più, la notevole percentuale del lavoro precario nel settore della ricerca determina la dispersione delle professionalità formatesi nel settore.

Brevetti e spin-off, una voce positiva

Positiva invece la valutazione della collaborazione tra università e settore produttivo privato, in particolare del ruolo svolto da Uffici per il trasferimento tecnologico e imprese spin-off, con un notevole incremento della spesa per la protezione della proprietà intellettuale. Questa voce di spesa è più che raddoppiata tra il 2016 e il 2019, così come il numero di brevetti concessi che sono riconducibili alle attività di ricerca italiane. 

In allegato il Referto completo.

 

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